Cantano. Cadono.

Cantano. Cadono. Cavi, polverosi, terra rossa. Sembra di stare in africa. Le schede audio invecchiano, i computer invecchiano. La terra incrosta le stampanti. Pile di cd. Cantano. Cadono. Il gomito dolorante. La pila di fogli scritti a mano. Cantano. Cadono. Comandano. Comandavano. I microfoni sempre gli stessi. Le cose vecchie che sono state riparate. Ecco, cantano. Cantano ancora. E’ arrivato a riparare qualcosa, siede qui a fianco, beve un caffè. Zanzare nell’aria. I files sembrano tutti vecchi, tutto d’un colpo. I files sembrano tutti sciupati, tutto d’un colpo.

La camera vuota. Odore d’umido senza umido d’estate. Il vento che fa la gente nervosa. Tutta la città nervosa. Tutta l’immensa città nervosa. Tutta l’infinita immensa città estesa nervosa per intero per il vento. Due sedie contro il muro. Piastrelle sconnesse. Il luogo di te. Il luogo che associo a te. Senza te. Ultimi spazi vuoti da riempire. Tutto vuoto. Soffi di vento si portano gli ultimi granelli di polvere. Ecco che mi dico.

Ciao Aperghis. Vorrei sapere tutto. E invece non ho tempo perchè l’autobus si è già svuotato. Enigmatico Aperghis. Vorrei sapere tutto. E invece non ho niente perchè il vento se l’è portato tutto quello che stava in questa stanza sventrata. Ciao. Schiavo. Ciao. In profondità si vedono le cose che sono appena di poco più in lá ma le si vedrebbe più da vicino se ci si trovasse più in profondità. Ecco che la fine del paragrafo non ha nulla a che vedere con il suo inizio. O invece si : ciao Aperghis ciao.

Senza organismi non ci sono altri organismi. Senza parole non ci sono altre parole. E nemmeno altro. Che attorno cantino o cadano. Ecco come tutto rotola in forme nuove. Senza scopo. Tutto potrebbe riavvolgersi. E riassorbire le lingue che si sono dette a vicenda una dopo l’altra. Intanto si attaccano nuove parole adesive, spuntate dal niente sulle pareti esterne del mondo, facendolo appena più largo, e mi chiedo se non fosse il caso di.

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