Io sono una voce

(2015)

Io sono una voce. Nient’altro che una voce. Sono la voce di un uomo. Giovane o vecchio. Sono la voce di una donna vecchia o giovane, sono la voce del figlio di quell’uomo e quella donna, tanti anni fa ero un bambino, ora quansi non mi ricordo più i volti di mio padre e di mia madre. Quansi non ricordo più il suono delle loro voci, della voce di mia madre e di mio padre. Tra poco anche la mia di voce cesserà di esistere e solo poche persone continueranno a ricordarne il suono, sono poche le persone che ricordano una voce, molto meno di quelle che ricordano un volto. La mia voce, ho detto la mia voce sottoindendendo di averne una quando io non sono altro che la voce che possiedo. Sono la traccia di una cavità. Un giorno mio figlio mi ha detto: papà, sei stanco, vai a riposarti, ci penso io a finire il lavoro che hai lasciato a metà. Il lavoro era sparso sul tavolo. Mi pareva impossibile riuscire a venirne a capo entro l’ora di cena, mischiati al lavoro erano i giochi di mia sorella. Il lavoro di mio padre era sparso sul tavolo. E io invece mi stesi sul letto per riposare, a metà del pomeriggio come non facevo mai. Mio figlio mi aveva chiesto qualcosa e poi era uscito di casa. Avevo continuato ossessivamente a cercare di fare ordine, un qualche tipo di ordine nel lavoro che stava davanti a me sparso sul tavolo. Poi ero andato a coricarmi. Dopo, non prima l’aver cercato di fare ordine. Mentre riposavo ho sentito le loro voci in cortile, attraverso le persiane semichiuse. Mio padre e mia madre che parlavano in cortile. Poi silenzio, mio padre doveva essere rientrato, doveva essersi rimesso al tavolo, a lavorare. Prima aveva lavorato e poi si era coricato e aveva sentito le voci dei bambini, in cortile, i bambini che giocavano. Poi si era addormentato. Quando si era svegliato non c’era più nessuno. Era vecchio e solo. Mio fratello non l’avrei riconosciuto a quel punto, le vite che avevamo fatto erano state così diverse. E comunque non l’avevo più rivisto da parecchio tempo, come avrei fatto a riconoscerlo?  Si era alzato a fatica e aveva fatto una telefonata. Avevo sentito che parlava. Parlava con me. Al telefono, non so di cosa. Prima di mettere giù e di rimettersi al tavolo a lavorare. O cos’altro stavano facendo ? A giocare a carte, stavano giocando a carte, i bambini e gli zii. Noi eravamo usciti. Li avevamo lasciati che giocavano a carte. Attorno ad un tavolo. Non ho mai sopportato i giochi di carte, mi hanno sempre annoiato teribilmente. Perdo sempre. Le dico di lasciar perdere e lei si alza e se ne va in camera sua. Me la immagino che si corica sul letto e guarda il soffitto, si immagina delle cose magiche e colorate, magari un giardino. Io e mio fratello giochiamo in giardino la mattina presto senza nessuno che ci veda o ci disturbi. Papá è uscito, la mamma forse dorme ancora. Strano che la mamma stia ancora dormendo. Vai a svegliarla, al piano di sopra, aiutala a scendere le scale, falla sedere al tavolo. Ha lasciato tutto il lavoro sparso ieri sera. Voglio vedere cosa fa. Una specie di solitario. Qualcosa di inutile. Sento la sua voce. Sento la mia voce. Che la chiama, poi niente, ci ho messo un attimo a capire che era caduto e che aveva battuto la testa. Pesante da sollevare. Un bambino testardo, una voce profonda che mi chiama dal fondo della memoria, e non riesco a riconoscere a chi possa appartenere. Mi dice di resistere, di non mollare, che avrei capito dopo, che ce l’avrei fatta. Questo prima, poi lo zio si è addormentato e lei ha passato le mani sul tavolo sussurando qualcosa e scombinando le carte che c’erano sopra. I bambini non si erano fatti vedere da metà pomeriggio.  Qualcuno aveva starnutito nell’appartamento a fianco. Poi niente. Non sapevo neppure che ci abitasse qualcuno.

© Alessandro Bosetti, 2015.

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