L’ascolto che vi chiedo

(2015 – 2016)

È da alcuni anni che creo dei pezzi radiofonici anche se in reltà la mia idea di radiofonia è fantastica e irresponsabile e molto poco radicata nell’esperieza diretta dell’ascolto della radio.

Come vorresti che venissero ascoltati i tuoi lavori ?

Attentamente. Dall’inizio alla fine. Come se si stesse leggendo un romanzo. Possibilmente molte volte fino ad arrivare ad impararli a memoria. Vi assicuro che tali lavori esistono in quanto tali.

Esistono anche in varie copie e files conservati su cd e in svariati hard disks e continuerebbero ad esistere pur rimanendo inaccessibili agli esseri umani se ciascuna di tali copie andasse perduta o distrutta.

Ciascuno di essi è un assemblaggio di elementi disparati spesso ricavato editando, ricomponendo e modificando decine di ore di registrazioni. Tali materiali preparatori oggi non hanno più importanza e non appartengono più al “pezzo”.

Non li ho mai riutilizzati per altre composizioni, forse per convincermi che ciascuno dei brani finiti esiste in se ed è separato, delimitato nettamente, da ciascuna delle situazioni da cui ha avuto origine.

La composizione. La memoria. Comporre è molto spesso simile ad un esercizio di memoria. All’inizio è un’attività simile all’assemblare, gustapporre, costruirie. In seguito quando le cose vanno più speditamente un immagine mentale del lavoro comincia ad emergere nella memoria. Il lavoro comincia ed esitere nella mente fino al punto in cui possiamo contemplarlo e sentirlo nella sua interezza come se stessimo gettando un’occhiata verso un grande quadro che si trova di fronte a noi. In quel momento comporre diventa un esercizio di memoria e il lavoro comincia ad esistere in sé (non unicamente nella memoria, però: comincia ad esistere tout court).

Tutte queste composizioni sono dei teatri o dei giardini mnemonici, mappe dove posizionare oggetti, situazioni e ricordi, che a loro volta diventano parti di un oggetto unico, indivisibile e solido.

La loro esecuzione, archiviazione, trasmissione, è di secondaria importanza dal momento che tali composizioni esistono in se indipendentemente da come vengono ascoltate.

Esse sono oggetti ambigui e sono oggetti radiofonici. Cosa significa ambigui ? E cosa significa radiofonico ?

L’ambiguità viene dal collasso dialcuni elementi all’interno di essi. Il tempo collassa. Come in un libro o in un testo scritto. Non è unicamente flusso condiviso. Non è il tempo di tutti. Il tempo della società, degli orologi e della produzione. È il tempo collassato proprio a ciascuno di essi. Questa temporalità collassata è ambigua. Inoltre anche la distanza collassa ed il collasso della distanza, il coincidere di intimità e separazione, prossimità e abisso non è solamente ambiguo ma anche essenzialemente radiofonico.

Ciascuno di questi lavori comprende delle situazioni, dei viaggi, viaggi su isole, in terre dove le persone parlano lingue che non avevo mai sentito, mangiano cibi che non avevo mai mangiato. Ci sono centinaia di incontri, momenti passati insieme ad ascoltarsi l’un l’altro, viaggi intrapresi  per raggiungere luoghi sconosciuti, mezzi di trasporto, bar, ristoranti, camere in affitto. Tutte queste situazioni sono comprese in questi lavori ma hanno perso la loro autonomia, si sono fuse in una cosa unica, ben delineata ed allo stesso tempo sfuggente, una cosa restia ed adombrata.

L’ascolto che vi chiedo è impossibile. Oggi l’ascolto è multiplo, rapido, non lineare. Si ascoltano podtcasts, audio guide, si ascolta mentre si fanno altre cose, mentre si guida, mentre si cucina, anche tutto questo è la radiofonia: frammenti che possono essere ricomposti, appropriati, citati, rielaborati, scaricati sui nostri i-pod, telefoni etc.

Io vi chiedo di scavalcare questo approccio e trasformarlo in un  ascolto attento, mnemonico, di durata. Vi chiedo di circunnavigare degli oggetti acustici, di impararli a memoria come se essi non appartenessero al tempo ed esistessero al di fuori di esso.

Ciascuno di essi è un tempo ma non necessariamente un frammento del tempo che crediamo di condividere tutti.

So bene che questo ascolto che vi chiedo oggi non ha più senso. Tutto attorno a me è cambiato. Il mio primo maestro e produttore alla radio, Götz Naleppa, mi insegnava la tenuta e l’unicità di questi oggetti radiofonici immaginari, mi diceva : “questa è un accozzaglia di episodi e invece dovrebbe deve tenere per 55 minuti ! Deve diventare una cosa unica!”.  È per questo che vi dico che questi oggetti sonori sono forse impossibili da ascoltare oggi, eppure, senza dubbio, essi esistono in quanto tali.

Io non ascolto mai la radio o molto di rado. La penso molto. Penso ad un luogo sonoro, una forma in cui musica parole e quant’altro si fondono, in cui tutti i pubblici possibili si fondono nel pubblico ideale, nell’ascoltatore ideale (che ovviamente non esiste). La radio attiva di oggi e di ieri, fatta di scambi, smembramenti e metamorfosi io non la frequento e non la pratico, al contrario e molto semplicemente ho fabbricato degli oggetti, oggetti ambigui e radiofonici che esistono in quanto tali, ciascuno con un nome. Vi consiglio di ascoltarli, ciascuno dall’inzio alla fine, con attenzione, ripetutamente, di fissarli nella memoria.

Io per qualche ragione ho scelto di agire sul suono, nel suono. Avrei potuto dedicarmi alla scrittura ma per qualche ragione ho scelto il suono. Avrei potuto, se fossi appartenuto ad una specie diversa, non ancora apparsa sulla terra, dedicarmi alla telepatia. Invece ho scelto il suono ed allo stesso tempo mi è rimasta una grande nostalgia per la scrittura.

È un dato che tali oggetti bizzarri siano oggetti sonori. Ecco, io vorrei ora dire che non ritengo l’udito qualcosa di migliore della vista, si tratta per quanto mi riguarda di una percezione sensibile come la vista o come il tatto o come una delle tante altre percezioni sensibili proprie solo a piante, animali, oggetti, corpi celesti. Poiché immagino e  credo che ciascuno di loro viva a modo suo e ciascuno di essi percepisca a modo suo,  incomprensibile a noi umani.

Non ci si mette mai a posto, non si finisce mai mai di definirsi eppure questi lavori li ho finiti ed essi esistono come corpi celesti, atomi o oggetti, esistono in se, staccati dal resto e più cambiano i modi di ascolto, più essi si ritraggono verso un luogo inaccessibile, si nascondono.

In essi ricorrono alcuni elementi : il linguaggio, le conversazioni e una forma di gioco o traduzione che assomiglia al telefono senza fili in cui una cosa viene trasportata in altro luogo, con altri mezzi e quindi si ripete senza ripetersi, si ripete nelle differenze (nulla è generalità in questi lavori, tutto è ripetizione).

Linguaggio, incontri, ripetizioni, e convoluzioni (il fare qualcosa con qualcos’altro: costruire una casa fatta di forchette e coltelli, dare forma a un grido sovrapponenedo migliaria di miagolii di gatto o dipingere un ritratto assemblando frutta e verdura dell’orto alla maniera di Arcimboldo).

Linguaggio, incontri, ripetizioni convoluzioni ed etnografie di situazioni reali o immaginarie.

Questi pezzi sono luoghi della memoria. Sono pianeti a cui affidare frammenti di vissuto affinchè essi possano esistere nascosti e presenti all’uso in ogni momento, pronti per essere richiamati alla memoria in qualsiasi momento se necessario.
Sono fossili, incrostazioni, complesse, deliziose ricette congelate. Essi sono composizioni uniche, staccate dal resto che chiedono solo di essere ascoltate nel modo più intimo e completo, con grande attenzione, con il passato e il futuro specchiati in un doppio sogno che si chiama memoria.

© Alessandro Bosetti, 2015-2016.

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