Radiofonia verso il nulla

(2012)

Sedici partecipanti si trovano sottoterra ad una profondità di tre chilometri e si esibiscono in una performance vocale di fronte ad un antico microfono ipercardioide  grossa membrana di marca Neumann.
Il microfono è collegato ad un singolo altoparlante collocato sulla superficie del pianeta, tre km più in altro. La superficie è inabitabile da anni e tutti gli esseri umani vivono ora in grandi rifugi di profondità con l’eccezione di alcune comunità montane andine e himalayane che sono sopravvissute spostandosi ad altitudini superiori ai seimila metri. Non vi è dunque nessuno ad ascoltare la creazione sonora che fuoriesce dall’altoparlante. I partecipanti utilizzano tecniche arcaiche risalenti agli albori della radiofonia, un media peraltro estinto da lungo tempo. Essi si muovono sapientemente attorno al microfono e sanno come creare piani sonori ben differenziati dando l’illusone di una messa in scena altamente realistica. L’idea di creare opere d’arte per un pubblico inesistente o immaginario è divenuta infatti una pratica comune tra gli abitanti dei rifugi. Potremmo addirittura considerarla una moda anche se maggior parte delle persone preferirebbero descriverla come un movimento artistico sofisticato e di grande bellezza intrinseca. Questo esempio di radiofonia verso il nulla è solo uno dei tanti progetti di questo tipo in tutte le discipline artistiche.  Il produrre arte nel mondo sotterraneo di oggi ha infatti di gran lunga soppiantato il fruirne, una pratica ad oggi considerata volgare ed inutile. Si stima che circa il 90% della popolazione dei rifugi di oggi sia costituito da grandi artisti.
Va inoltre ricordato che il costoso e pericoloso lavoro di scavo che ha portato alla collocazione dell’altoparlante sulla superficie è stata finanziato attraverso il generoso sforzo congiunto di una mezza dozzina di comunità sotterranee della regione. Ci si può immaginare, e sicuramente si auspica, che altri progetti del genere siano giá sorti in altre regioni del pianeta ma non ne abbiamo ancora avuto notizia.

© Alessandro Bosetti, 2012.

 

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